1.

7 novembre 2013. Una data importante per la Fondazione Zancan

Dalla morte di Emanuela Zancan (7 novembre 1963) sono passati 50 anni. È grazie a lei, al lavoro di mons. Giovanni Nervo, dei docenti della Scuola Superiore di Servizio Sociale di Padova, degli amici e della famiglia Zancan, che è stato possibile dare avvio alla Fondazione.

Dal 7 novembre la Fondazione comincia a contare i suoi 50 anni. Cinquanta anni di studi, ricerche, sperimentazioni, proposte culturali a servizio delle persone e delle comunità locali, in un’ottica di promozione del cambiamento, di riconoscimento delle «gemme terminali». Era un’immagine tanto cara a Don Giovanni. Sono condizioni di maggiore sviluppo umano e sociale, ma anche di maggiore fragilità per una società in evoluzione. Sono la bussola che guida e ha guidato le scelte della Fondazione.

Oltre 14.000 persone sono state protagoniste dei laboratori di pensiero e di innovazione sociale, con quasi 700 seminari di studio, più di 200 progetti di ricerca negli ultimi 10 anni, oltre 700 collaboratori, più di 400 volumi e riviste pubblicate durante 50 anni, quasi 25.000 record bibliografici raccolti in un database a disposizione nel Centro di documentazione sulle politiche sociali, aperto da 22 anni.

Non sono solo numeri: parlano di cultura, di ricerca, di innovazione, di volontariato, di solidarietà, di voglia di costruire un mondo che sia casa per tutti, anche per gli ultimi, i più deboli, i poveri.

La sfida è grande, perché scoprire di avere 50 anni e viverli con impegno ed entusiasmo, ma, nello stesso tempo, condividere tutte le difficoltà che ogni giorno tolgono speranza alle nuove generazioni, non è semplice. Le domande di senso sono tante e spesso vengono scoraggiate e soffocate dall’incapacità di ascolto e di incontro che caratterizza il mondo attuale.

La Fondazione Emanuela Zancan ha nel cuore anche l’immagine della lampada che fa luce al cammino. La ricordava spesso don Giovanni, parlando dei primi passi della Fondazione e di Emanuela Zancan. Oggi abbiamo bisogno di tanta luce, visto che le strade sono oscurate dalla crisi e da una recessione di welfare che trova le amministrazioni pubbliche impreparate a dare risposte solidaristiche a quanti ne hanno bisogno. Sono altrettante ragioni per fare di questo anniversario una tappa di riflessione, di ricerca e di speranza.

2.

Come rigenerare le risorse sociali e dare aiuto oltre l’assistenza

I servizi sociali oggi vivono un momento di grave difficoltà, stretti come sono tra il crescente disagio sociale, l’aumento delle emergenze da un lato e il progressivo calo di risorse dall’altro. Il problema di fondo è che, ora come ora, parlare di servizi significa parlare solo in termini di costi e non di investimenti, di occupazione di welfare e di trasformazione delle potenzialità.

È una stagione che non guarda alle prospettive, se non di natura amministrativa. Sono queste alcune riflessioni emerse nel corso di formazione «Oltre l'emergenza per un Welfare generativo» del Centro di Cultura per lo sviluppo di Acireale, dove è intervenuto Tiziano Vecchiato lo scorso 8 novembre.

Il corso di formazione nasce dalla consapevolezza che oggi più che mai è necessario ritrovare spazi di elaborazione di pensiero creativo, progettuale e promozionale, identificare risorse alternative, costruire forti partnership locali superando logiche assistenzialistiche, ripartire in modo più equo il carico di lavoro e le responsabilità e, soprattutto, valorizzare la visione politica del servizio sociale, contribuendo maggiormente alla definizione di un nuovo welfare insieme alle altre forze vitali della società.

In questo contesto si inserisce la proposta elaborata dalla Fondazione Zancan nel rapporto 2012 su povertà ed esclusione sociale in Italia dal titolo «Vincere la povertà con un welfare generativo». La proposta spinge ad andare oltre l’assistenzialismo che caratterizza il nostro welfare attuale, per dire alle persone «non posso aiutarti senza di te», chiedendo un loro coinvolgimento attivo. Un approccio di questo tipo favorisce il passaggio dai diritti soltanto individuali ai diritti realmente sociali: ogni aiutato che valorizza le proprie capacità è, infatti, anche moltiplicatore di valore. Un diritto diventa a pieno titolo sociale quando genera benefici per la persona e contemporaneamente per la comunità.

Oggi si può ottenere per diritto anche senza aver bisogno e senza che questo comporti sanzioni morali o materiali. Non potrebbe essere diversamente, se si continua a pensare le risorse come fonte da consumare, come costo, e non anche come capitale da far fruttare e rigenerare. Insomma, la sfida è di passare dal welfare attuale a un welfare a maggiore capacità e potenza, che non si limita a raccogliere e redistribuire, perché diventa promotore di capacità di fare di più nell’incontro con la persona, promuovendo corresponsabilità sociali, rigenerando le risorse senza consumarle, grazie alla responsabilizzazione resa possibile da un nuovo modo di intendere i diritti e doveri sociali.

3.

La forza degli anni: Lezioni di vecchiaia per giovani e famiglie

«La forza degli anni. Lezioni di vecchiaia per giovani e famiglie»: è il titolo del libro che la Comunità di Sant'Egidio ha presentato l’11 novembre nella prestigiosa cornice della Sala dello Studio Teologico nella Basilica di Sant’Antonio a Padova.

Il volume, curato da Gino Battaglia, raccoglie contributi qualificati su aspetti diversi della condizione degli anziani nel mondo contemporaneo e dell'attività di Sant'Egidio a loro sostegno. Ne scaturisce una consapevole e profonda riflessione sulla 

condizione degli anziani, che esprime una sapienza maturata in tanti anni di amicizia, di accoglienza, di conversazione, di condivisione di vita, di accompagnamento nella malattia e nel momento estremo del morire. Un libro utile per tutti, per i giovani e per le famiglie, per chiunque abbia a che fare con questa condizione, per chi abbia parenti anziani in casa, operi in strutture in cui sono ricoverati anziani o faccia volontariato. Mentre gli anni della vita si allungano (ed è un successo del progresso umano) manca una cultura della vecchiaia, che oggi diventa una condizione di massa. Ma la vecchiaia ha, come ogni stagione della vita, i suoi valori e la sua bellezza. Questo libro aiuta a scoprirli.

Da tempo la Fondazione Zancan è impegnata a promuovere una riflessione sulla necessità di valorizzare e favorire l’invecchiamento attivo e sul ruolo cruciale degli anziani nella società.

Dal momento che le stime parlano di un ulteriore aumento, nei prossimi decenni, dei «grandi vecchi» non è più possibile continuare lungo la strada della diffidenza, dell’inerzia e della paura. Servono politiche adatte a governare un fenomeno che non è e non sarà ingestibile, anzi offrirà opportunità di occupazione e di nuovi lavori per i giovani. Le risposte possono venire dalle istituzioni e dalla società, se insieme sapranno valorizzare tutte le professioni – sanitarie, sociali, educative – e quanti altri a diverso titolo gravitano intorno ai problemi e alle potenzialità dell’invecchiamento.

Serve maggiore consapevolezza del valore e della quantità di risorse di cui gli anziani sono portatori. Una recente ricerca della Fondazione Zancan realizzata per il Cesvot in Toscana ha permesso di evidenziare, ad esempio, la diffusa consapevolezza circa la necessità di superare la tradizionale visione dell'invecchiamento come perdita progressiva di autonomia e decadimento psicofisico, per porre invece l'accento sulle dimensioni positive. Allo stesso tempo, però, è emerso che in Italia mancano politiche mirate a favorire l'impegno e la partecipazione in tutte le età. Ma a livello locale e nazionale l'approccio è troppo centrato sulla paura del decadimento e della prevenzione della malattia piuttosto che sulla promozione della partecipazione di una migliore socialità, anche grazie all’apporto degli anziani.

Queste sono alcune riflessioni emerse dall’intervento di Tiziano Vecchiato, in occasione della presentazione del volume. Sono inoltre intervenuti Antonia Arslan, scrittore; Giampiero Dalla Zuanna, senatore; Antonio Ramenghi, direttore de "Il Mattino di Padova"; Francesco Tedeschi, Comunità' di Sant'Egidio. 

4.

L’alfabeto della carità. Il pensiero di Mons. Giovanni Nervo «padre» di Caritas Italiana

Caritas Italiana ha ritenuto doveroso onorare la memoria di Mons. Giovanni Nervo, suo primo presidente, attraverso la pubblicazione di un volume dal titolo: L’alfabeto della carità. Il pensiero di Giovanni Nervo «padre» di Caritas Italiana (Edizioni Dehoniane).

Il volume contiene un profilo di Don Giovanni, una contestualizzazione degli anni in cui ha operato in Caritas, la raccolta degli editoriali da lui scritti per la rivista Italia Caritas e una serie di testimonianze delle persone che hanno collaborato con lui. Inoltre, l’appendice riporta una serie di riconoscimenti che Mons. Nervo ha ricevuto e una piccola galleria fotografica che documenta la sua attività in quegli anni.

Considerando che Mons. Nervo è stato in Italia una presenza di notevole rilievo per la realtà ecclesiale e civile, il giorno 13 dicembre 2013 anniversario della sua nascita, sarà espressa corale riconoscenza commemorando la sua figura attraverso la presentazione della pubblicazione sopra indicata.

L’incontro si terrà a Roma, presso la sede di Caritas Italiana, in via Aurelia 796, con la partecipazione della Segreteria della CEI, dei membri della Presidenza, del Consiglio Nazionale di Caritas Italiana e alcune testate giornalistiche.

5.

«Minori» nelle attenzioni, nei diritti, nella speranza di futuro

Il 23% delle persone in condizioni di povertà assoluta sono bambini, che non hanno a disposizione beni e servizi essenziali per il loro sviluppo. È un problema particolarmente grave perché i bambini non possono provvedere a se stessi se non lo fanno i genitori, quelli che li amano, le comunità locali e le istituzioni.

Per molti bambini povertà significa vivere in condizioni di abbandono e di deprivazione, senza una casa degna di questo nome, senza o con pochi affetti. Anche per questo la povertà da bambini è difficile da affrontare: manca molto di più di quello che normalmente manca agli adulti poveri, la stessa speranza di vita viene negata.

Tuttavia, la povertà infantile è una questione che continuiamo a sottovalutare. Il sistema dei servizi per la prima infanzia si fonda su risorse incerte, su accessi difficili e selettivi, su un presente instabile e un futuro che si prospetta in salita. I servizi sono distribuiti nel territorio senza criteri di equità e non sono accessibili per quanti ne avrebbero bisogno. È un quadro poco incoraggiante che emerge dal prossimo Rapporto sulla lotta alla povertà 2013 (in libreria da gennaio). Non si tratta solo di un problema di risorse economiche: a volte è un alibi a cui far ricorso per nascondere inefficienze gestionali e mancanza di scelte strategiche che evidenziano un deficit di umanità difficilmente superabile.

Esistono soluzioni praticabili? I confronti europei ci insegnano che la disponibilità o meno di servizi per l’infanzia contribuisce notevolmente a ridurre proprio la povertà dei bambini, ben oltre l’effetto dei trasferimenti economici. In Italia tuttavia la spesa per la protezione sociale destinata a bambini e famiglie è nettamente inferiore rispetto alla media europea: nel 2010 era l’1,3% del Pil, contro il 2,3% del Pil mediamente in Europa. Più di metà di questa spesa è costituita da trasferimenti, nonostante l’impatto dei trasferimenti in termini di riduzione del rischio di povertà tra i minori italiani sia relativamente ridotto: -6,7 punti percentuali, contro più del doppio (-14,2) a livello medio europeo. Decisamente superiore è il potenziale di aiuto dei servizi per la prima infanzia, se consideriamo che nel 2007 l’Italia era il Paese Ocse con il più alto tasso percentuale di riduzione della 

povertà tra i bambini 0-6 anni destinatari di servizi educativi e di cura. Ciò nonostante la diffusione dei servizi nel nostro Paese è limitata, se pensiamo che soltanto l’11,8% dei bambini con meno di 3 anni frequenta un nido, con forti differenze tra aree territoriali.  

6.

La valutazione della progettazione sociale del volontariato

Attivare un progetto di solidarietà non basta per poter dire di aver dato una risposta a un bisogno: è necessario «misurarne» i risultati e gli effetti, per capire dove e come migliorare, cosa potenziare, dove indirizzare le risorse. Il volontariato in provincia di Rovigo lo ha capito e ormai da tre anni ha intrapreso questa strada, grazie alla collaborazione tra il Csv e la Fondazione Emanuela Zancan onlus.

Ne è nata un’intensa attività di valutazione, di cui rende conto il rapporto «La valutazione di impatto della progettazione sociale del volontariato, 2013». I risultati sono stati discussi nel corso del convegno «L'impatto dei progetti del volontariato» (Rovigo, 22 novembre).

La valutazione ha considerato 179 progetti realizzati nell’ultimo triennio da 71 organizzazioni, raccogliendo i giudizi dei responsabili delle associazioni, di 116 esponenti del welfare locale e di 296 utenti. Sostanzialmente la valutazione risulta positiva, soprattutto in relazione all’utilità dei progetti. Alcuni dati: nell’85% dei casi gli utenti si dichiarano soddisfatti dei servizi e ne affermano l’utilità per i rapporti sociali, l’opportunità di essere ascoltati e di sentirsi parte della comunità. Il 94% dei rappresentanti del welfare interpellati conosce le attività e i progetti del Csv e ne apprezza l’utilità, soprattutto in termini di sensibilizzazione. Quanto alle associazioni, chiedono maggiori risorse, più formazione e opportunità informative. Le principali criticità riguardano la capacità di innovare, esplorare i nuovi bisogni, migliorare i servizi, coinvolgere e dare risposte ai giovani.

Dalla ricerca emerge un dato particolarmente interessante, cioè che, tra gli utenti dei servizi, più di una persona su tre non avrebbe avuto alternative se non avesse trovato aiuto nel volontariato. È un dato che evidenzia l’importanza delle organizzazioni di volontariato nel sopperire a un welfare sempre più in crisi e incapace di dare risposte alle persone in condizioni di bisogno. Devono quindi essere all’altezza del compito e la valutazione d’esito dei progetti è uno strumento imprescindibile per poter garantire un servizio utile alla comunità.

Il programma del convegno ha visto la presentazione dei risultati a cura di Tiziano Vecchiato, direttore della Fondazione Emanuela Zancan. A seguire, la discussione con Francesco Musco, docente dell’Iuav di Venezia, e Giovanni Carrosio dell’Università di Trieste. In conclusione il confronto con i rappresentanti delle Associazioni e delle Istituzioni locali.

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